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年轻的巨人

ITALIANO

Il giovane gigante


从前,有个农夫生了一个儿子,儿子的个头还没有他的大拇指长。 许多年过去了,他这儿子一点儿也没有长大。 一天,他父亲要到田野里去犁地,小家伙说道:"爸爸,让我也去吧!"他爸爸说:"不行,你还是待在家里吧。出去对你没有好处,要是你去了,说不定我会失掉你的。"大拇指儿一听,马上哭了起来,父亲为了让他安静下来,只好同意带他一起去,他将小家伙放在他的口袋里出门了。
来到地头,农夫把儿子从口袋里拿出来,将他安置在翻整过的新土上,以便让他可以四下瞧瞧。 大拇指在地里坐了一会儿,一个巨人跨过小山向这边走来。 父亲看见后,想吓唬自己的儿子,让他不要淘气,就说道:"你看到那个巨大的怪物了吗?别顽皮,他会把你抓走的。"那巨人腿很长,只跨了二三步就来到了地头,他伸手捡起大拇指放在手掌上打量着他,然后像对待一个老朋友似地带着他走了。 农夫站在旁边吓得一句话也说不出来,眼睁睁地看着巨人把儿子带走了。
他以为儿子丢了,自己再也看不到他了。
巨人把大拇指带回森林中他自己的屋子里,将他放在怀中,自己吃什么,也给他吃什么。 这一来,大拇指再也不是一个小矮人了 ,他长成一个又结实又强壮的高大巨人了。 过了两年,老巨人想试一试他的力气,他带着大拇指来到树林里,指着一棵树说:"你拔出那棵桦树作自己走路的拐杖用吧。"少年力气很大,他把那棵树连根拔了起来。 但巨人认为少年的力气应该比这还要大得多,所以他又喂养了他二年多之后,才让他到树林里再去试他的力气。 这次他抱住一棵最粗的栎树把它拨了起来,那情形对他来说就像是在玩游戏一样。 老巨人说:"不错!我的小家伙,你现在行了。"于是他把他带回到当初带走他的那块地头。
当年青的巨人出现在他父亲面前时,父亲正在犁地,他对父亲说:"爸爸,来看看!看看我是谁吧!--你看出我是你儿子了吗?"望着这高大的巨人,农夫吓得大叫道:"不,不!你不是我的儿子,你走开吧!""我的的确确是你的儿子,让我帮你犁一会儿地吧。我会犁得和你一样好的。""不,你走吧!"农夫面对高大的巨人,心里确实有点害怕,最后只好让他来犁地,自己坐到地头边上去了。 巨人用一只手抓起犁铧,只是随便往地里一推,犁头便深深地钻进了泥土中。 农夫大叫道:"如果你一定要犁地的话,请你不要用那么大的力气,这样犁并没有什么益处。"儿子卸去拉犁的马儿,说道:"爸爸,回家去告诉妈妈,给我准备一餐好饭吃,这会儿我要把这块地都犁完。"说完,他连拉犁的马也不要,直接用手推着犁铧,继续犁了起来。 犁完地后,他又把地耙松,独自干完了别人需要二个上午才能干完的活。 接着,他挟起犁铧、犁耙等全部农具,连马一起像挟着一捆麦秸一样回到了家里。 回到家后,他坐在长凳上说道:"妈妈,饭做好了吗?"妈妈回答说:"做好了。"她一点也不敢怠慢,马上端来了满满两大盆饭菜,足足可供她自己和丈夫两人吃上整整八天。 可这个巨人儿子三下五去二很快就吃完了。 吃完后还说自己只尝了一下味道,又问还有没有,父母无可奈何地摇摇头。 看到家里难以供给他这个巨人所吃的饭,他说道:"爸爸,我看这样吧,在家里我吃不饱饭,你们就给我找一根我在膝上折不断的铁拐杖,我要再次出去闯荡。"父亲听了非常高兴,他到马棚牵来两匹马,到铁匠铺买回了一根又长又粗,要两匹马才能拖动的铁棒。 但少年拿起铁棒在膝头上一磕,"啪!"的一声,一下子就折断了,铁棒在他手上就像是一根豆杆一般。 "爸爸,我知道你找不到适合我的手杖了,"他说道,"我还是自己去试试运气吧。"
年青的巨人出门闯荡去了,他装作一个锻铁的伙计,来到一个村庄找活干。 这个村子里有一个铁匠,是个守财奴,他挣了不少钱,钱全都由他自己一人独吞了,给他干活的伙计几乎得不到什么工钱。 巨人来到村子里,首先走进了这个铁匠铺,他问铁匠要不要锻铁的伙计。 这个狡诈的家伙看了看他,心想这伙计是多么的结实,为了挣口饭吃,干起活来一定很卖力。 于是他回答说:"要的,但你要多少工钱呢?""我不要工钱,但每过半个月,你给其他伙计发工钱的时候,让我在你的背上拍两下,乐呵乐呵就行了。"老铁匠满以为自己挨那两下子完全可以不在乎,并且能节省许多的开支,就满口答应了。
第二天早上,新来的这个伙计开始干活了。 当铁匠挟给他一块烧红了的铁坯时,他只一下就把铁坯砸成了碎块,连铁砧也深深地陷进地下去了,铁匠无法再把它取出来 ,这使老铁匠非常气愤,大叫道:"喂!我不能要你这个伙计了,你太笨手笨脚的了,我们的合同必须告吹。"巨人回答说:"那好吧,但你必须给我一点补偿,只要让我轻轻地拍你一下,我们的约定就算完了。"说完,他给了铁匠一巴掌,这一巴掌打得他飞了起来,从旁边的一大堆干草上一直飞了过去。 打过后,他在铁铺里拿了一根最粗的铁棒做手杖,咚咚地点着地面离去。
走了一段路程,他又到了一个农庄,他进去问庄主要不要一个工头,这庄主夫妇二人都是守财奴,庄主说:"要的。"接着他们讲好工钱,这工钱和他在铁匠铺所讲的条件完全一样,时间是一年一次。 第二天早上,所有的工人都要去树林伐树。 当他们起床后准备出发时,巨人还在床上睡大觉。 有个工人喊道:"快起来吧!到时候了,你必须和我们一道出发。""你们只管去吧!"他愠怒着含含糊糊地说道,"我干完活还要在你们之前回来呢。"说完,躺在床上又睡了二个小时之后才起来。 吃完早饭,他慢慢吞吞地套好马来到树林。 树林前面有一个洼坑,进出树林必须经过这个洼坑,他先把车子驱赶过去后,回过身来在那儿用树枝和荆棘做了一道大柴垛,使马不能过去。 做完之后,他赶着车正要走进树林,遇上了那些赶着马车往回走的工人们,他叫道:"去吧!我还是会在你们之前回家的。"走了一会儿,他转过马车,在树林里拔起一棵最大的树放到马车上,转身向回路赶去。 当他来到那道柴垛跟前时,发现所有的工人都站在那儿没能过去,他说道:"你们看,要是你们和我待在一起,不就很快可以回去了,而且还可以多睡一二个小时呢。"说着,他一个肩膀扛起那棵树,另一个肩膀扛着马车,就像是扛着羽毛一样,很轻松地跨了过去。 回到农庄大院子里,他把那棵树拿给庄主看,问他是不是一根很好的拐杖。 庄主很满意地对他妻子说:"夫人,这个人很能干,尽管他睡了很久,但是他仍然比那些人干得要好。"
时间很快过去了,巨人给庄主干了整整一年的活。 当他的同伴们拿到工钱的时候,他说他也该得到报酬了。 到这时,庄主才感到害怕起来,他想出了一个主意,乞求巨人取消旧约,他愿意把整个农场和家畜都给他。 但巨人说:"我不干,我不会当农庄主,我是一个伙计,我要你履行我们的合约。"知道他不会答应他的条件后,农庄主又乞求给他两个星期的宽限。 他召集了所有的朋友,向他们征询此事的对策。 这些朋友们商议了很久,最后都认为最简单的方法就是把这个令人讨厌的家伙杀死。 接着他们定好了计策,都赞同让巨人搬一些大磨盘石到院子里来,放在院内井口边上,然后要他下井去清理,待他下到底后把磨石推下去砸在他的头上。
一切布置好了,当这个巨人下到井里时,他们把石头滚了下去。 石头落到井底,水被溅起老高,他们认为巨人的头当然也一定被砸开了 ,不料井里却传出了他的叫喊声:"把井边的鸡都赶走,它们扒落了一些沙子在我头上,快要掉到我的眼睛里去了,我简直都看不清了。"把井淘完后,他从井里跳出来,说道:"你们看这儿,我有了一个多么漂亮的围巾啊!"说着,他指了指套在他脖子上的一块磨盘石,原来这块磨石落在他的头上,正巧套在了他的脖子上。
一计不成,农庄主又乞求巨人再给他两个星期的时间来考虑。 他再次召集他的朋友们商议,最后他们给他出了一个主意,要他把巨人送到一个晚上经常有鬼出没的磨坊磨麦。 因为到磨坊去过夜的人没有一个能活到第二天早晨。
这天,天已经很晚了,农庄主要巨人带八斗麦子去磨坊,晚上把它们都磨成面粉。 他到了阁楼,把两斗麦子装进右边口袋,两斗装进左边口袋,并四斗装在一个长背袋中挂在肩上,然后来到磨坊。 磨坊主告诉他磨麦子要在白天,不能在晚上,因为磨坊闹鬼,凡是晚上去了磨坊的人,第二天早上都已经死去了。 巨人说道:"没关系,磨坊老板!我不会有事的,只要快点完事就行了,你去休息吧,明天早上再来找我。"
他走进磨坊,把麦子倒进漏斗中开始磨麦。 接近十二点钟时,他坐在磨坊主房子里的一条长凳子上想休息休息。 刚坐一会儿,门突然自己打开了,一张大桌子自动移进房子里 ,桌子上摆满了葡萄酒、烤肉以及别的许多好吃东西,似乎都是它们自己跑到那里来的。 接着椅子也自动移进来围在了桌子周围,可一直见不到一个客人,也没看到仆人进来。 仿佛是突然间,他看到有手指握着小刀和叉子把食物放进盘子里,但仍然看不见人。 这位巨人朋友看到这些吃的东西觉得自己肚子也有点饿了,便不管这些东西是谁的,自个儿坐在凳子上,拣他自己最喜欢的东西吃了起来。 当他吃饱之后,盘子里的东西都空了。 就在这时,忽然他听到有声音把灯吹灭了,房子里顿时一片漆黑,他感到头上挨了重重一击,马上说道:"如果我的另一边耳朵再挨一拳的话,我就要开始回击了。"当他挨了第二击时,他真的开始回击了。 这一闹就闹了整整一个晚上,他根本不知道害怕,不断地向四周回击,而且在互相对打中还占了上风。
天亮了,一切都安静下来。 磨坊主早晨起来后来看他,发现他还活着,感到非常惊奇。 他对磨坊主说:"磨坊老板,早上好!晚上我吃了一顿很满意的宵夜后,脸上挨了一些耳光,不过我也回敬了不少。"磨坊主非常高兴巨人帮他赶走了鬼怪,要给他很多的钱,但他拒绝道:"我不要钱,我现在很满足。"吃过早餐后,他又回去找他的主人要工钱去了。
这一来可就愁坏了农庄主,他急得像热锅上的蚂蚁,知道怎样的计策对自己也是毫无帮助的了。 他不停地在房间里走来走去,汗水从前额滚落下来,他走过去打开窗户,吸了一点新鲜空气。 还没等清醒过来,巨人便进来先给了他一脚,踢得他从窗子口飞了出去,一直越过山岗,飞到很远很远的地方去了。 接着他又用同样的方式送走了庄主夫人,也许现在他们两个人仍然在天上飞着呢。 年青的巨人在得到他的报酬后,拿着铁拐杖离开农庄走了。
Un contadino aveva un figlio che era grande come un pollice e non cresceva mai; per anni non era cresciuto neanche di un filo. Un giorno il contadino volle recarsi nel campo ad arare e il piccolo gli disse: -Babbo, voglio venire anch'io-. -No- disse il padre -resta qui, là fuori non servi a nulla e potresti anche perderti.- Allora Pollicino incominciò a piangere e, per essere lasciato in pace, il padre dovette portarlo con s‚. Così se lo mise in tasca e quando fu nel campo lo tirò fuori e lo mise in un solco appena arato. Mentre il piccolo se ne stava là seduto, ecco arrivare un gran gigante attraverso le montagne. -Vedi là quel grande mostro?- disse il padre, che voleva spaventare il piccino perché‚ stesse buono. -Viene qui e ti porta via.- Ma il gigante aveva le gambe lunghe e arrivò al solco in due passi; ne tirò fuori il piccolo Pollicino e se ne andò con lui. Il padre se ne stava là senza poter proferir parola per lo spavento e credeva di avere ormai perduto il suo bambino e che non l'avrebbe più rivisto per tutta la vita. Ma il gigante lo prese con s‚ e lo allattò, sicché‚ Pollicino crebbe e divenne grande e grosso come i giganti. Quando furono trascorsi due anni, il vecchio andò con lui nel bosco e volle metterlo alla prova dicendo: -Strappati una bacchetta-. Il ragazzo era già così forte che sradicò da terra un alberello. Ma il gigante pensò che dovesse fare ancora meglio; lo prese nuovamente con s‚, lo allattò per altri due anni e quando lo condusse nel bosco per metterlo alla prova, il ragazzo fu in grado di sradicare un albero molto più grande. Ma al gigante non bastò ancora; lo allattò per altri due anni e, quando lo accompagnò nel bosco e gli disse: -Adesso strappati proprio una bella bacchetta- il giovane sradicò la quercia più grossa che si schiantò; ma per lui non fu che uno scherzo. Vedendo questo, il vecchio gigante disse: -Basta così, ormai ti sei perfezionato- e lo ricondusse al campo dove lo aveva preso. Suo padre stava arando proprio in quel momento; il giovane gigante gli andò incontro e disse: -Guardate, babbo, come sono diventato, sono vostro figlio!-. Il contadino si spaventò e disse: -No, tu non sei mio figlio, vattene via da me-. -Ma certo che sono vostro figlio! Lasciatemi arare: so farlo bene quanto voi.- -No, no tu non sei mio figlio e non sai neanche arare, vattene via!- Ma siccome aveva paura di quell'omone, lasciò stare l'aratro, si allontanò e si mise da parte sul margine del campo. Allora il giovane prese l'aratro e ci appoggiò soltanto una mano, ma con tanta forza che l'arnese sprofondò nel terreno. A quella vista, il contadino non pot‚ resistere e gli gridò: -Se vuoi arare, non devi schiacciare così forte, altrimenti farai un brutto lavoro!-. Ma il giovane staccò i cavalli, tirò egli stesso l'aratro e disse: -Va' pure a casa, babbo, e di' alla mamma di preparare un gran piatto colmo per il pranzo; io, intanto, arerò il campo-. Il contadino tornò a casa e ordinò il pranzo a sua moglie che preparò un bel piatto colmo. Il giovane, nel frattempo, arò da solo il campo, che era due giornate di terreno, poi si attaccò agli erpici e, con due alla volta, finì anche di erpicare. Quand'ebbe finito, andò nel bosco e sradicò due querce, se le mise sulle spalle e ci mise sopra gli erpici, uno davanti e l'altro dietro, e così anche i cavalli e portò tutto quanto a casa come se fosse stato un fascio di paglia. Quando entrò nel cortile, sua madre non lo riconobbe e domandò: -Chi è quell'omone spaventoso?-. Il contadino rispose: -E' nostro figlio-. Ma ella disse: -No, non può essere nostro figlio; uno così grosso non lo abbiamo mai avuto: il nostro era piccolino! Vattene, non ti vogliamo!-. Ma il giovane tacque, menò i suoi cavalli nella stalla e diede loro fieno e avena, tutto per bene. Quand'ebbe finito, andò nella stanza, si sedette sulla panca e disse: -Mamma, avrei voglia di mangiare, è pronto?-. Ella rispose di sì poiché‚ non osava contraddirlo, e portò due piatti grandi grandi e ben colmi, che a lei e a suo marito sarebbero bastati per otto giorni. Ma il giovane se li divorò da solo e chiese se non avesse altro da dargli. -No- diss'ella -è tutto ciò che abbiamo.- -Per me è stato solo un assaggio, ma mi occorre molto di più per sfamarmi.- Allora ella uscì e mise sul fuoco il calderone per il porco, ben pieno e quando fu pronto lo portò dentro. -Finalmente arriva ancora qualcosina- disse, e mangiò tutto, ma anche quello non bastò a cavargli la fame. Allora egli disse: -Babbo, vedo bene che a casa vostra non mi potrò sfamare; se mi procurerete un bastone di ferro che sia forte e che io non possa spezzare sulle mie ginocchia, me ne andrò via-. Il contadino se ne rallegrò; attaccò al carro i suoi due cavalli e si recò dal fabbro a prendere un bastone così grande e grosso che i due cavalli poterono trasportarlo a stento. Ma il giovane se lo mise sulle ginocchia e trac!, lo spezzò in due come se fosse stato un arboscello. Il padre attaccò quattro cavalli e andò a prendere un bastone così grande e grosso che ci volevano i quattro cavalli per trasportarlo. Ma il figlio spezzò anche quello in due pezzi sul ginocchio, lo gettò via e disse: -Babbo, questo non mi serve, devi attaccare degli altri cavalli e procurarmi un bastone più forte-. Allora il padre attaccò otto cavalli e andò a prenderne uno così grande e grosso che ci volevano gli otto cavalli per trasportarlo. Ma quando il figlio lo prese in mano, ne ruppe subito un pezzo da un lato e disse: -Babbo, vedo che non potete procurarmi il bastone di cui ho bisogno; me ne andrò così come sono-. Così se ne andò e si spacciò per un garzone fabbro. Giunse in un villaggio dove abitava un fabbro, un uomo avaro che non dava niente a nessuno e voleva avere tutto per s‚. Egli entrò nella fucina e gli chiese se non avesse bisogno di un garzone. -Sì- rispose il fabbro; lo guardò e pensò: -Questo è un uomo capace, lavorerà come si deve e si guadagnerà il pane." Gli chiese: -Quanto vuoi di salario?-. -Non voglio proprio nulla- rispose egli -soltanto ogni quindici giorni, quando vengono pagati gli altri garzoni, ti darò due botte e tu dovrai sopportarle. L'avaro ne fu ben contento, pensando di risparmiare molto denaro. Il mattino dopo, il garzone forestiero dovette battere per primo, ma quando il mastro portò la verga arroventata, al primo colpo il ferro andò in pezzi e l'incudine sprofondò nel terreno, tanto che non si pot‚ più tirarla fuori. Allora, l'avaro si arrabbiò e disse: -Ehi, non me ne faccio nulla di uno come te: batti con troppa forza; cosa vuoi per quell'unico colpo?-. Egli rispose: -Ti darò soltanto un colpettino e nient'altro-. Alzò il piede e gli diede una pedata che lo fece volare più alto di quattro carri di fieno. Poi prese dalla fucina la sbarra di ferro più grossa che trovò, per servirsene come bastone, e proseguì il suo cammino. Dopo un po' giunse a una fattoria e chiese al fattore se per caso avesse bisogno di un caposquadra. -Sì- rispose il fattore -ne ho bisogno: tu sembri un tipo in gamba, uno che sa cavarsela; quanto vuoi di salario all'anno?- Egli tornò a dire che non voleva salario, ma che ogni anno gli avrebbe dato tre botte e lui doveva sopportarle. Il fattore ne fu soddisfatto perché‚ anche lui era un uomo avaro. Il mattino dopo i servi dovevano andare nel bosco a far legna; erano già tutti alzati, soltanto il giovane era ancora a letto. Allora uno gli gridò: -Alzati, è ora; noi andiamo nel bosco a far legna, tu devi venire con noi-. -Ah- rispose egli, sgarbato e arrogante -andate pure, tanto ci arrivo prima di tutti voi insieme.- Allora quelli andarono dal fattore e gli raccontarono che il caposquadra era ancora a letto e non voleva andare a fare legna con loro. Il fattore disse che dovevano andare di nuovo a svegliarlo e ordinargli di attaccare i cavalli. Ma il caposquadra tornò a ripetere: -Andate pure, tanto ci arrivo prima di tutti voi insieme-. Rimase a letto ancora un paio d'ore, poi finalmente si alzò, ma prima andò nel granaio a prendersi una gran quantità di piselli, li fece cuocere e se li mangiò tranquillamente; poi attaccò i cavalli e andò nel bosco a far legna. Nei pressi del bosco c'era una gola che egli doveva attraversare; prima vi fece passare il carro, poi fermò i cavalli, andò dietro il carro, prese alberi e frasche ed eresse una gran barricata, in modo che nessun cavallo potesse passare. Quando arrivò al bosco, gli altri stavano appunto uscendone per tornarsene a casa con i loro carri carichi. Allora egli disse loro: -Andate pure, io arriverò prima di voi-. Non si addentrò molto nel bosco, sradicò subito due degli alberi più grossi, li caricò sul carro e prese la via del ritorno. Quando arrivò davanti alla barricata, gli altri erano ancora là e non potevano passare. -Vedete- disse -se foste rimasti con me, sareste comunque arrivati a casa presto e avreste potuto dormire un'ora in più.- Volle proseguire, ma i suoi quattro cavalli non riuscivano a farsi largo; allora egli li staccò, li mise in cima al carro e si mise a tirar da solo tutto quel carico e riuscì a passare così facilmente come se tirasse un carico di piume. Quando fu dall'altra parte, disse ai compagni: -Vedete, ho fatto più in fretta di voi-. E proseguì mentre gli altri dovettero fermarsi. Ma in cortile prese in mano un albero, lo mostrò al fattore e disse: -Non è un bel pezzo di legno?-. E il fattore disse a sua moglie: -Questo servo è in gamba; anche se dorme a lungo torna prima degli altri-. Il giovane servì il fattore per un anno; quando fu trascorso e gli altri servi si presero il loro salario, egli disse che era tempo anche per lui di ricevere ciò che gli spettava. Ma il fattore aveva paura delle botte che doveva buscarsi e lo pregò di risparmiarlo; piuttosto sarebbe diventato lui caposquadra e gli avrebbe lasciato fare il fattore. -No- disse il giovane -non voglio diventare fattore; sono caposquadra e voglio rimanerlo, ma voglio anche somministrarti ciò che è stato pattuito.- Il fattore voleva dargli tutto ciò che si poteva desiderare, ma non servì a nulla: il caposquadra rispondeva ogni volta di no. Allora il fattore non sapeva più a che santo votarsi e lo pregò di lasciargli quindici giorni di tempo, per poter riflettere. Il caposquadra acconsentì. Il fattore riunì tutti i suoi scrivani perché‚ ci pensassero e gli dessero un consiglio. Quelli meditarono a lungo e conclusero che si doveva accoppare il caposquadra. Il fattore avrebbe fatto trasportare delle grosse macine accanto al pozzo in cortile, poi doveva ordinare al caposquadra di scendere nel pozzo per pulirlo; una volta in fondo al pozzo gli avrebbero buttato le macine sulla testa. Al fattore piacque il consiglio, così tutto fu preparato e le macine più grosse furono poste vicino al pozzo. Quando il caposquadra vi si calò, rotolarono giù le pietre che picchiarono sul fondo tanto da far fuoriuscire l'acqua. Credevano in questo modo di avergli sfondato la testa, ma egli gridò: -Cacciate via i polli dal pozzo: lassù razzolano nella sabbia e mi gettano i grani negli occhi, che non ci vedo più-. Allora il fattore gridò: -Sciò, sciò!- e finse di far scappare i polli. Quando il caposquadra ebbe finito il lavoro, risalì e disse: -Guardate un po' che bel collare ho addosso!-. Ed erano le macine che portava intorno al collo. A quella vista il fattore tornò ad avere paura, poiché‚ il caposquadra pretendeva il suo compenso. Allora chiese altri quindici giorni di tempo e radunò nuovamente gli scrivani che gli consigliarono di mandare il caposquadra nel mulino incantato a macinarvi il grano di notte: nessuno ne era uscito vivo al mattino. La proposta piacque al fattore; così quella stessa sera mandò a chiamare il caposquadra e gli ordinò di portare al mulino otto staia di grano e di macinarle quella notte stessa: ne avevano bisogno. Il caposquadra andò nel granaio e si mise due staia nella tasca destra, due nella sinistra e le altre quattro le infilò in una bisaccia che portò per metà sulla schiena e per metà sul petto, e, così carico, si avviò verso il mulino incantato. Ma il mugnaio gli spiegò che di giorno poteva macinare benissimo, ma di notte no, perché‚ il mulino era incantato, e chi vi era entrato era stato trovato morto al mattino. Egli disse: -Io me la caverò, andatevene e mettetevi a letto-. Poi entrò nel mulino, ammucchiò il grano e verso le undici andò nella stanza del mugnaio a sedersi sulla panca. Dopo un po' che se ne stava là seduto, la porta si aprì all'improvviso, ed entrò una tavola grande grande, e sulla tavola, poiché‚ non vi era nessuno che serviva, si disposero da s‚ vino, arrosto e tanti buoni cibi. Poi si avvicinarono le sedie, ma non venne nessuno, finché‚ d'un tratto vide delle dita che maneggiavano coltelli e forchette e mettevano i cibi nei piatti; ma non riuscì a vedere nient'altro. Dato che aveva fame e vedeva i cibi, si mise a tavola anche lui e mangiò di gusto. Quando fu sazio e anche gli altri ebbero vuotato i loro piatti, tutte le candele furono spente all'improvviso, egli lo vide con chiarezza; quando fu buio pesto gli arrivò in faccia qualcosa come uno schiaffo. Allora disse: -Se capita ancora una volta, lo restituisco-. E quando ricevette il secondo schiaffo, colpì anche lui. Continuò così tutta la notte: non si lasciò spaventare e picchiò a destra e a manca con decisione. Ma allo spuntar del sole, tutto cessò. Quando il mugnaio si alzò, andò a cercarlo e si meravigliò di trovarlo ancora vivo. Egli disse: -Ho ricevuto delle sberle, ma ne ho anche date e ho mangiato a sazietà-. Il mugnaio si rallegrò e disse che ora il mulino era libero dall'incantesimo, e in premio gli avrebbe dato molto denaro. Ma egli disse: -Non voglio denaro, ne ho abbastanza-. Poi si caricò la sua farina sulle spalle, tornò a casa e disse al fattore che aveva eseguito l'ordine e che ora voleva il salario pattuito. All'udire queste parole, il fattore si spaventò ancora di più: era fuori di s‚ e camminava su e giù per la stanza con il sudore che gli gocciolava dalla fronte. Allora aprì la finestra per prendere una boccata d'aria fresca, ma, prima che se ne accorgesse, il caposquadra gli diede un calcio che lo scaraventò fuori dalla finestra, facendolo volare per aria, lontano lontano, finché‚ nessuno lo vide più. Allora il caposquadra disse alla moglie del fattore che la seconda botta toccava a lei. Ma ella disse: -Ah, no! Non resisterei!- e anche lei aprì la finestra perché‚ le gocce di sudore le colavano dalla fronte. Allora egli le diede un calcio, da far volare in aria anche lei e ancora più in alto di suo marito. L'uomo le gridò: -Vieni da me!-. Ma ella rispose: -Vieni tu da me, io non posso!-. E così rimasero sospesi in aria senza che l'uno potesse raggiungere l'altro; e se siano ancora là, non lo so. Il giovane gigante, invece, prese il suo bastone di ferro e proseguì il suo cammino.




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